| Scritto da illonghi,
05-10-2007 06:43
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Paolo Bellutta, da Rovereto agli USA. Il fisico roveretano ha tenuto una lezione all’Irst e un incontro con un liceo a Bolzano.
di Daniela Mimmi
FONTE: ESPRESSO
Spirit e Opportunity stanno girovagando sulla superficie di Marte. A pilotare da terra i due robot, e precisamente dal JPL, ovvero Jet Propulsion Laboratory della NASA, a Pasadena in California, c’è un fisico italiano, per di più roveretano, Paolo Bellutta. Il quale ha approfittato di un breve periodo di vacanze nel suo Trentino per una serie di incontri, tra i quali una partecipazione ad un seminario dell’Irst di Povo e un incontro con gli studenti del Liceo Rainerum, a Bolzano. Lo abbiamo incontrato ieri pomeriggio per farci descrivere la sua meravigliosa avventura: pilotare da qui, dalla Terra, due robot a spasso per Marte e ricevere ogni sera i dati che trasmettono da 56 milioni di chilometri di distanza, che ci separano da Marte.
D. Da Rovereto a Pasadena il passo non è breve. Come ci è arrivato?
R. Io ho fatto il Liceo Rosmini e mi sono laureato in fisica all’Università di Trento. Poi ho studiato anche all’Università di Milano e sono tornato a lavorare a Trento per una decina d’anni, dal 1982 al 1992. A Pasadena ci sono finito, come succede spesso, per puro caso. Ero negli Stati Uniti a cercare un lavoro là, possibilmente nell’ambiente spaziale. Ma non è proprio facile entrarci. Io navigavo già in internet quando ancora nessuno lo faceva e proprio su internet ho letto l’annuncio della Nasa che cercava dei ricercatori. La cosa ancora più strana è che quello con cui ho avuto i primi contatti, era trentino anche lui, di Caldonazzo.
D. Quando e come è nato il suo amore per le stelle?
R. Forse è nato con me. Da piccolo mi incantavo davanti a qualsiasi trasmissione televisiva che parlasse di cielo e di spazio, e soprattutto quelle di Tito Stagno. Non mi sarei mai potuto neppure sognare lontanamente di andare a lavorare alla Nasa.
D. Cos’ha provato la prima volta che ha messo piede alla Nasa?
R. Dovrebbe vedere le foto della mia faccia in quel momento! É stata un’emozione grandissima, già la prima volta che ci sono andato per il primo colloquio. A volte mi sembra veramente un sogno che quello sia il mio posto di lavoro.
D. Quando ha capito che ce l’aveva fatta veramente?
R. Quando mi hanno offerto di guidare i due rover. Ho aspettato di arrivare a casa per mettermi a urlare dalla gioia!.
D. I suoi figli condividono la sua passione?
R. In teoria sì, perché ovviamente è un lavoro molto affascinante. Ma una volta che li ho portati con me mi hanno detto “Papà, il tuo è un lavoro noioso”. Effettivamente passo dalle 8 alle 12 ore al giorno al computer per vedere come si comportano le mie “creature” su Marte e raccogliere i dati che ci mandano a terra.
D. E li ha visti anche partire.
R. Sì, ho assistito al loro lancio su Marte in prima fila. È stata una questione di pochi secondi perché il vettore era molto leggero.
D. E poi ha cominciato a seguire le sue “creature” dal computer.
R. Io mi occupo essenzialmente dei loro spostamenti e del braccio che raccoglie i materiali che ci servono. Altri si occupano ad esempio della temperatura esterna, degli scudi con cui si proteggono, e via dicendo. E ogni sera leggiamo e analizziamo tutti i dati che ci mandano.
D. Avete avuto anche dei problemi?
R. Un sacco di problemi, ma è normale. Adesso uno è in un cratere di circa 850 metri di diametro, l’altro è in quello che chiamiamo con termine sportivo Home Plate. Ma non è stato facile farceli arrivare guidandoli materialmente da terra. Uno a un certo punto si è insabbiato e ci abbiamo messo 5 settimane per ritirarlo fuori: 2 settimane per decidere cosa fare con varie simulazioni con Powerpoint, e 3 settimane per farlo materialmente uscire in retromarcia dalla sabbia. Devo ammettere che ormai con loro ho un rapporto quasi paterno: li ho visti nascere, crescere, muoversi, ho assistito alla loro partenza, li vedo mentre si muovono sopra a un altro pianeta. Sono stati bravi, sono atterrati dove dovevano, hanno camminato su terreni impervi. Sì, io sono sempre in apprensione, come un padre con i figli quando escono la sera. A volte, se so che devono compiere, ad esempio, dei cammini impervi, mi sveglio in piena notte per vedere se stanno bene, dove sono. Una notte sono andato nel panico perché loro non rispondevano e io ho pensato subito che fossero morti. Poi dalla Nasa mi hanno mandato una mail dicendo che trasmettevano con un altro server e solo allora sono riuscito ad andare a letto tranquillo.
D. Fino a quando resteranno su Marte Spirit e Opportunity?
R. Io spero per sempre, se no cosa faccio io? Devo trovarmi un altro lavoro.
D. Magari in Europa?
R. Mi piacerebbe lavorare un po’ qui, per l’Agenzia Spaziale Italiana o Europea. Anche per tirare un po’ il fiato. I ritmi di lavoro in America in generale e alla Nasa in particolare sono massacranti. E poi mi mancano le pause caffè e il caffè alla Nasa è veramente ignobile.
D. C’è la vita sugli altri pianeti?
R. Spirit e Opportunity fanno altri tipi di ricerche, per ora dai robot abbiamo saputo che l’acqua c’è, sotto le calotte polari marziane. |